Lo scontro è nato intorno all’approvazione della direttiva europea sulla lotta alla criminalità finanziaria varata l’anno scorso dalla Commissione di Bruxelles. In sostanza, l’Unione Europea ha dettato una serie di regole per migliorare la collaborazione tra le autorità dei singoli Paesi nella comune lotta al riciclaggio e al terrorismo. Dopo il via libera della Ue, ora tocca ai parlamenti nazionali adottare le nuove norme.

Il punto di partenza è l’articolo 3 della direttiva, che delega a ciascuno Stato membro la scelta degli organismi che possono avere accesso, a fini investigativi, all’enorme mole di dati custoditi dall’Archivio centrale dei rapporti finanziari e dall’Ufficio informazioni finanziarie (Uif).

La posta in gioco, quindi, è l’accesso a una colossale banca dati che contiene migliaia di indizi potenzialmente utili per ricostruire le trame del riciclaggio di denaro sporco con indagini che di frequente rimbalzano da un Paese all’altro.

A chi vanno le chiavi di questa cassaforte dall’altissimo valore strategico? Carabinieri e Polizia reclamano maggiori poteri di intervento e invocano una riforma che li metta sullo stesso piano della Guardia di Finanza. La questione è a dir poco delicata. A maggior ragione se si considera che il nostro Paese si trova ad affrontare un’emergenza senza precedenti. Tra marzo e maggio di quest’anno, nei mesi più critici della pandemia, l’Uif ha ricevuto 28.300 segnalazioni di operazioni sospette, l’8 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2019. Sono numeri che danno sostanza ai ripetuti allarmi di autorità e analisti sulle infiltrazioni criminali nelle aziende indebolite dalla crisi innescata dall’epidemia di Covid.

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SOURCErepubblica.it
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