Quella di Mia, così si chiama il cane, è una storia che fece il giro dell’Italia. In tanti si indignarono per tanta crudeltà. Il capo di imputazione è un pugno nello stomaco: “Sugli scogli in località Rio Forgia Valderice), agendo con crudeltà, dopo avere legato il proprio cane Mia legando il collare a una corda assicurata a una grossa pietra, allo scopo di sopprimere l’animale, volontariamente lo gettava in mare ad una profondità di 2 metri assieme al masso”.

Il proprietario si era giustificato spiegando che voleva soltanto lavare il cane e che l’animale era scappato. Lo faceva spesso e poi tornava. Non era intervenuto perché non si era accorto del masso ed era andato via. Una spiegazione che aveva convinto il pubblico ministero che aveva chiesto l’archiviazione parlando di “spiacevole e censurabile” comportamento, “essendosi disinteressato delle sorti del cane”, ma non ravvisando gli estremi del reato di maltrattamento animali.

Di avviso opposto fu il gip che respinse la richiesta di archiviazione. Ora è stato fissato l’inizio del processo. Il 56 anni, si dovrà difendere dall’accusa di maltrattamento di animali.

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PSnews
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