L’orrore e la pena stanno a 60 metri di profondità in un abbraccio che commuove i sommozzatori alla ricerca dei naufraghi del 7 ottobre. Una giovane donna che stringe un bimbo, forse una bimba. Accanto ad altri cadaveri. Fra i legni di un barchino sfondato, i resti di una fiancata ancora con il nome leggibile, «Abdel Kader».

Ma nessuno può ancora dire se il piccolo sia la creatura stretta dalle braccia della donna che nelle prossime ore si cercherà di riportare in superficie. Emerge un intreccio di tragedie dalle storie delle vittime e dei naufraghi salpati in quel caso dalla Libia, passati da Sfax per imbarcare un gruppo di giovani tunisini, poi tutti protagonisti del disastro ad appena sei miglia da Lampedusa.

Quella notte anche uno dei giovani naufraghi, Wassim, 19 anni, provò a salvare un bimbo di otto mesi. E ce l’aveva quasi fatta, un braccio avvolto sul pancino. Ma un altro naufrago ormai sott’acqua, per tirarsi su, si aggrappò ai pantaloni del ragazzo costringendolo ad una lotta per la sopravvivenza e finendo per mollare la creatura subito ingoiata dalle onde. Che una donna sia riuscita ad afferrare la stessa creatura finendo giù pure lei e restando ancorata in quell’abbraccio ai resti della “Abdel Kader” è solo un’ipotesi.

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PSnews
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