Anche Salvini dovrà ripensarci, la Libia non è più un porto sicuro. L’innesco di questo cambio di scenario è senza dubbio l’offensiva lanciata dal generale Haftar contro il governo di pacificazione nazionale di Al Sarraj. Un’offensiva che con ogni probabilità porterà la guerra nei due principali porti di partenza verso l’Italia, Tripoli e Misurata. Questo vuol dire tre cose. La prima: che le partenze aumenteranno esponenzialmente – altro che i seimila ipotizzati dagli 007 del Viminale – perché nessuno vuole rimanere in un posto dove tra poco si scatenerà l’inferno.

La seconda: che anche gli abitanti del luogo (Tripoli ha più di un milione di abitanti, Misurata circa 400 mila, tutta la Tripolitania quasi 4 milioni) diventano dei potenziali rifugiati tutelati dal diritto internazionale. La terza: che nessun migrante soccorso in mare potrà essere riportato verso il porto in cui è partito.

La quarta: che non c’è nessuna possibilità di ignorare il problema, lasciando che una marea di persona parta e muoia, e che nulla può impedire alle organizzazioni umanitarie non governative di presidiare il tratto di mare che separa la Libia dall’Italia.

Fino a ieri Tripoli era la carta vincente di Salvini, ritenuto un porto sicuro, un deterrente quindi per le partenze. Ma ora anche lui dovrà ricredersi. Qualcuno pensa addirittura che questa sia una guerra creata di proposito visto l’enorme interesse delle Ong. Ma sono solo supposizioni. Fatto sta che ora l’Italia dovrà affrontare il problema si spera con l’aiuto dell’Europa.

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PSnews
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