TERRA DEI FUOCHI PARLA UNO DEI POLIZIOTTI, IL PRIMO A INDAGARE SUI RIFIUTI TOSSICI.

L’ispettore di Polizia Alessandro Magno della questura di Roma, è uno degli uomini che componevano il team di Roberto Mancini, il sostituto commissario di Polizia che per primo ha portato alla luce l’attività di interramento di rifiuti tossici che la camorra per anni ha gestito e svolto in Campania. Mancini è morto il 30 aprile del 2014 dopo aver contratto il linfoma non-Hodgkin, causato dal contatto ravvicinato con rifiuti tossici e radioattivi durante la sua attività investigativa. La Rai gli ha dedicato una fiction andata in onda nel febbraio del 2016. L’aspetto scenico e televisivo ha finito per prevalere sulla realtà. L’importanza della figura di Mancini e delle indagini è passata in secondo piano e la terra dei fuochi è diventata una doppia sciagura per la Campania.

Cominciamo dal nome terra dei fuochi. E’ corretto definire ancora così quell’area? Le popolazioni, giustamente, temono che il danno all’immagine e alle produzioni agroalimentari possa non finire mai…

«Con il nome terra dei fuochi si vuole intendere una parte della regione Campania e in particolar modo alcune zone della provincia di Caserta. Io per terra dei fuochi intendo gran parte della Penisola, in virtù del fatto che tra sversamenti illeciti e miscelazioni fraudolente accertate negli ultimi vent’anni, nonché roghi senza sosta, l’Italia è da intendersi tutta terra dei fuochi.

L’intera regione Campania ha pagato e continua a pagare il prezzo più alto a livello di immagine. Sono diverse le aziende che non solo non comprano prodotti campani, ma “specificano” che i loro prodotti lavorati, non provengono da quella regione. Dopo il danno, anche la beffa.

Questo è un modo “ingannevole” per dire: siccome li è inquinato, noi compriamo in altre regioni d’Italia. Ricordiamoci che i prodotti campani venivano esportati in tutto “il mondo” per pregio e abbondanza e che la regione Campania è in grado di certificare ancora degli ottimi prodotti DOP e DOC unici e inimitabili».

Qual è stato il vostro compito? 

«Il nostro compito era fare indagini: intercettazioni, microspie, pedinamenti, appostamenti, sotto-copertura, produrre prove sulla Camorra e le sue infinite attività illecite. Tengo a precisare che non facemmo l’indagine sulla “monnezza”, quella è uscita dopo, nel corso dell’attività d’indagine.

Non immaginavamo neppure dove saremmo arrivati. Quando intraprendi un’indagine sai dove inizi, ma non dove finisci. Quell’indagine fu una tra le più complesse e articolate condotte dalla Polizia di Stato.

Arrivammo dove altri non erano arrivati. Quando si parla del nostro capo Squadra, il Sostituto Commissario Roberto Mancini, si dice che è colui il quale ha scoperto la terra dei fuochi. Questo in parte è vero. Quando dico che per la sua importanza, il nome di Roberto Mancini, deve essere messo accanto a quello di Giovanni Falcone e Borsellino è semplicemente per far capire ancora di più questo gigante. Perché? Quando Falcone parla dei suoi veri nemici, non parla di Mafia, ma di “menti finissime”. In quell’indagine capimmo bene che cosa voleva dire quella frase. E’ importante riflettere su quello che dico, perché attribuire la responsabilità di questo scempio esclusivamente alla camorra, equivale a menomare la verità. La verità è una, mentre le realtà sono diverse».

E poi? Come è finita?

«Un’indagine durata più di due anni, un bagno di sangue e sudore e paure per tutti noi.  Se vuoi avere dei risultati, ci deve mettere l’anima. Noi lo abbiamo fatto. La Gomorra che tutti gli italiani conoscono, beh quella Gomorra noi l’avevamo scoperta più di 20 anni fa, prima ancora che diventasse uno dei temi più scottanti di questo Paese. Dopo la morte di Roberto Mancini, hanno parlato in molti di quell’indagine, eccetto chi l’aveva vissuta, fatta. Questo è un altro passaggio importante che deve far riflettere ognuno di voi.

I personaggi che segnalammo alla magistratura di Napoli, come responsabili di quel disastro, continuarono per anni a sversare montagne di veleni. In poche parole, la nostra informativa, non fu presa in considerazione. Fu lasciata per 16 lunghi anni sopra degli scaffali. Trascorsi questi anni, un coraggiosissimo magistrato la rispolvera, e troverà degli elementi utili per accusare gli eco-mafiosi di disastro ambientale. In pratica stava facendo un’altra indagine, e mette insieme questo mosaico. Quante vite potevamo salvare?».

E adesso? Il territorio è sotto sorveglianza, quindi possiamo affermare che non ci sono più pericoli?

«Vox populi, vox Dei. Nonostante gli sforzi da parte di chi è preposto a far cessare in parte o definitivamente la pagina più buia della nostra storia, tra continui roghi e sversamenti illegali, non sarei molto ottimista (la Campania anche quest’anno detiene la maglia nera sulle infrazioni ambientali). I roghi di questa estate sono stati da Guinness. Limitare i danni di quei fuochi ci è costato molto, in soldi e salute. Voglio precisare che in merito alle motivazioni di questo incremento di roghi, ne ho sentite di tutti i colori. Rimango sbalordito dalle affermazioni fatte da personaggi noti, accreditati, in merito alle ipotesi fantasiose di questi incendi.

I roghi hanno un grandissimo potere di distrarre, esacerbare e offuscare il paesaggio e la mente. Ti ricordano che sei nella cosiddetta terra dei fuochi. Una minaccia permanente.

Tenere la maggior parte delle persone in uno stato continuo di profonda tensione, ansia, funziona. In questo modo le persone sono costrette ad assicurarsi la sopravvivenza e a competere con essa.

Il fatto che, nonostante la società civile in qualche modo si è fatta sentire e sappia cosa sia accaduto, non ha prodotto nessuna risposta efficace a questa infinita tragedia può voler dire che manca un fattivo lavoro di squadra».

Possibile che sia l’unico posto in Italia dove suolo, aria e sottosuolo siano stati avvelenati dalla criminalità organizzata?

«Le matrici ambientali sono quattro: aria, acqua, suolo e mente umana. L’ultima è quella più inquinata. E’ quella che ha generato e condizionato le altri tre matrici. I siti li possiamo trovare inquinati e potenzialmente inquinati, e potenzialmente inquinati non significa che siano necessariamente inquinati.

Abbiamo diverse tipologie di terreni dove non necessariamente sono compromesse tutte le matrici. Per esempio, ci sono delle aree con tassi alti di diossina, ma non con la falda inquinata o viceversa.

Colgo l’occasione per dire che questo genere di spiegazioni le faccio nelle scuole, convegni, seminari, proprio per far capire in modo semplice quanto sia importante tutelare la nostra vera e unica dimora: la terra.

Quello che è accaduto nel nostro Paese, lo posso raccontare in base al tipo di interlocutore che mi trovo difronte. Ci sono vari livelli. Quando sono stato ospitato per la prima volta in Campania, ad Avella, qualcuno sfidandomi mi ha detto: “Come fai a raccontarci la storia della terra dei fuochi a noi che ci abitiamo?”. Ho subito accettato la sfida. Al termine del nostro incontro, mi è stato detto: “Ma io tutto questo non lo sapevo”».

Di che cosa ha bisogno la popolazione che “sopravvive” con mille difficoltà in quei luoghi e non sa a chi rivolgersi?

«La gente ha bisogno di qualcuno che li prenda per mano e li rassicuri che quello che è accaduto è grave ma non irreversibile. Che nel tempo tutto si risolverà. Che avranno qualsiasi tipo di assistenza nel caso ne abbiano bisogno. Tutto questo si chiama speranza. Il popolo campano è stufo di aspettare perché questa speranza forse non ci sarà mai.


Quello che racconto non è finalizzato soltanto a sensibilizzare quanto a informare. A far comprendere che cosa è la terra dei fuochi rispetto a quella che qualcuno ci vuole fare credere. La speranza non è attesa ma riflessione e azione. La terra dei fuochi non brucia, scotta».

FONTE:neifatti.it

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